Gravina e il no alle seconde squadre (di  Marco Pieracci)

21.01.2019 11:00 di Roberto Krengli Twitter:   articolo letto 45 volte
Fonte: tuttoc.com
 Marco Pieracci
 Marco Pieracci

Seconde squadre sì, seconde squadre no. E' stato uno degli argomenti al centro del dibattito nell'ultima tribolata estate. Tra coloro che spingevano per la novità e chi invece più saggiamente riteneva che prima fosse necessario uno studio approfondito dei pro e dei contro. Dopo i primi mesi, il bilancio è decisamente negativo, per non dire fallimentare.

“Seconde squadre ? Per come è stato frettolosamente concepito e introdotto dalla gestione commissariale, non è il mio progetto e lo chiuderò. Dobbiamo lavorare ad un sistema diverso, che premi davvero i giovani, innanzitutto abbassando il limite da 23 a 20 anni. Per com’è ora, serve solo a schierare giocatori in esubero". 

Parole scolpite nella pietra con le quali il presidente della Figc Gabriele Gravina ha chiuso la porta, probabilmente in maniera definitiva, all’esperimento delle seconde squadre in Serie C. Il progetto non ha mai entusiasmato l’ex numero uno della Lega Pro che, in tempi non sospetti, ne aveva auspicato l’introduzione solo a partire dalla stagione 2019/20. Resta un margine di dubbio perchè tra le righe si legge la possibilità di una riforma che preveda un sistema profondamente diverso rispetto a quello attuale rivelatosi un autentico flop, peraltro annunciato. Logico che fosse così vista l'unica adesione da parte della Juventus. Del resto quello delle seconde squadre è un tema complesso che divide anche in paesi come la Spagna dove è ormai radicato da anni ed è difficile pensare che possa funzionare in una realtà come quella italiana, dove il rischio è soltanto quello di aumentare le differenze tra società ricche e povere. Di certo c'è che non può essere una priorità per il nostro calcio che prima deve risolvere problemi ben più urgenti come gli investimenti nelle strutture e la formazione dei giovani. Come ad esempio è stato fatto in Germania e Francia, ma anche in Belgio, modelli virtuosi ai quali guardare.

 Marco Pieracci