Forse non è ben chiaro che cosa davvero funziona e che cosa no in Serie C (di Dario Lo Cascio)

Siciliano, ex studente a tempo perso, lettore per necessità, scrittore per passione, da dieci anni giornalista per divertimento.
22.11.2018 11:00 di Roberto Krengli Twitter:   articolo letto 29 volte
Fonte: tuttoc.com

Houston, abbiamo un problema. In realtà se ce ne fosse uno solo di problema in Serie C sarebbe davvero oro colato. Mai come quest’anno, lo ripetiamo nostro e vostro malgrado per l’ennesima volta, la terza serie del calcio professionistico sta vivendo la sua ora più buia. C’è molto da lavorare, c’è parecchio da cambiare. Anzi, osiamo dire da rifondare, facendo tabula rasa e ricostruendo da zero. Sarebbe bene, prima di aggiungere altra carne ad un fuoco che in questo momento cuoce poco e male.

Ovviamente ci riferiamo a quello che in queste settimane, complici i risultati della diretta interessata, è finito del calderone, per utilizzare un’altra metafora culinaria. Ovvero le Squadre B. La Juventus U23 sta facendo in questo momento davvero fatica da ingranare. Qualche lampo, qualche prestazione convincente, anche se spesso sono state solo “mezze” partite, vedi il match dai due volti contro la Robur Siena, ultimo punto ottenuto. Poi tanta opacità. I quattro KO consecutivi possono far discutere. Ma perché? Ragioniamoci un attimo sopra analizzando tre aspetti: il nome, la mission, il contesto.

La Juventus U23 che perde per quattro volte di fila fa rumore perché si chiama Juventus. Ovviamente avrebbe attirato l’attenzione anche se fosse stata l’Inter U23 o il Milan U23 o qualsiasi altra grande squadra che avesse sposato il progetto. Se questo gruppo avesse fatto parte di un qualsiasi altro club rimpolpato di giovani e un paio di anziani, che si iscrive con l’obiettivo salvezza, sarebbe passato sotto traccia. Di società che hanno costruito rose imbottite di under ce ne sono davvero tante in Serie C, qualcuna naviga anche in cattive acque – non facciamo nomi, andatevi a leggere voi le classifiche – nessuno però parla di progetti fallimentari, semmai di squadre in difficoltà.

E quando parliamo appunto di progetto, sottolineiamo la mission di queste squadre Under 23. Ovvero quella di fare crescere i giovani, non di vincere i campionati. Di dare la possibilità a dei ragazzi che magari avrebbero rischiato di fare l’ennesimo torneo Primavera o di finire in una squadra collezionando cinque o sei presenze, di confrontarsi davvero con dei professionisti, di sentire la competizione. Non sta scritto da nessuna parte che la Juventus U23 debba vincerle tutte, o giocare sempre bene.

Infine chiudiamo col contesto. In Italia questo genere di squadre non si erano mai viste, come invece avviene ad esempio in Spagna. Ma, sempre ad esempio, un club che vanta un eccezionale settore giovanile, come il Real Madrid, nella locale Serie B ci è salito solo una vota, negli anni ’80. Nel 2016 è arrivato ai playoff ma è stato eliminato, nel 2017 e nel 2018 ha chiuso a metà classifica, quest’anno sta tornando a fare meglio, viaggiando al quarto posto. Ma dubitiamo fortemente che in Spagna si pretenda che il Castilla, così si chiama il Real B, stravinca il campionato. Bisogna anche tenere conto che questi ragazzi, che indossano una maglia importante, magari si sentono un po’ troppo sotto pressione. Costretti a vincere, manco fossero la prima squadra.

C’è però ovviamente di più, il problema in realtà sta davvero a monte. Le seconde squadre non possono essere un problema, qualcuno ha giudicato la loro presenza come falsante. Un tantino eccessivo, perché di ingerenze che hanno influenzato il corretto svolgimento del torneo quest’anno in Serie C crediamo ce ne siano state ben altre. Forse gli altri club non si sono voluti sbilanciare perché non l’hanno reputata una scelta utile, oppure avevano altre questioni più impellenti – vedi il Milan, che stava cambiando proprietà – o ancora hanno voluto attendere magari l’estate prossima presenteranno domanda.

No qui il problema grosso, quello per il quale contattavamo Houston qualche riga più su, è che la Serie C dovrebbe essere un trampolino di lancio per i giovani, ma non puoi essere giudicato tale solo fino a ventitré anni. Qualche giorno fa l’ex Juve Stabia e Casertana, Simone Petricciuolo, ha deciso di smettere perché, tra le altre cose, a 23 anni considerato ormai vecchio, non più under, fuori dal limite per far numero nei minutaggi (QUI).

In una nostra recente intervista con l’attaccante Gianvito Plasmati, che di calcio ne ha masticato e ne continua a masticare, è emersa un’analisi interessante. Un giocatore under può creare un doppio danno: a se stesso, perché viene scelto solo per l’età e non per le qualità, si crea delle aspettative e poi, superato il limite, viene “scaricato” dal sistema. Alla squadra, perché se non è all’altezza abbassa il livello complessivo ma viene comunque scelto per la regola di cui sopra, andando a penalizzare magari un collega di due o tre anni più grande, più bravo, che però viene scartato appunto per l’età.

Non ce ne vogliano i giovani calciatori, né quei club che beneficiano dei rimborsi per i minutaggi dei giovani, ma forse è meglio una società come la Juventus U23, che sceglie e fa scendere in campo i suoi giovani perché li reputa bravi, oggi oppure in prospettiva, e di certo non viene condizionata dal punto di vista economico, visto che non ne ha bisogno, piuttosto che qualche “furbo” che si infila nel mondo del calcio – di esempi negli ultimi anni ce ne sono a bizzeffe – unicamente per provare a lucrare.

I giovani sono un valore, la Serie C deve essere un trampolino di lancio per loro. Ma appunto appare scriteriato che un ragazzo di 23 anni venga scartato perché vecchio. La meritocrazia dove sta? La regola degli under è stata scritta per dare a questi ragazzi più visibilità, più spazio. Ma glielo dà davvero ? A chi vi scrive sembra appunto una chance effimera. E il meccanismo, se davvero questi ragazzi li vogliamo valorizzare per le loro qualità, e non per la pura e semplice età, andrebbe radicalmente rivisto.

Chiudiamo con un altro esempio, sempre in ottica Juventus. Martedì sera a Genk, con la maglia della azzurra, ha esordito un giovane talento, il primo classe 2000 a giocare nella Nazionale maggiore: Moise Kean. Nello scorso torneo ha segnato cinque gol in ventidue presenze in Serie A (uno con i bianconeri, quattro col Verona), mica male per un minorenne. Adesso non sta trovando spazio in prima squadra ma è stabilmente in Under 21 e a gennaio, come nello scorso campionato, verrà sicuramente mandato a farsi le ossa. Di regole che sostanzialmente ti impongono una scelta in sede di mercato forse bisognerebbe farne a meno. Che un giocatore abbia diciassette, venticinque o quarantanni, dovrebbe giocare solo perché se lo merita. In Nazionale come in Interregionale. In Serie A come in Serie C. 

Dario Lo Cascio