Il punto sulla Serie C (di Ivan Cardia)

30.03.2020 11:00 di Roberto Krengli Twitter:    Vedi letture
Fonte: tuttoc.com
Ivan Cardia
Ivan Cardia

Non so voi, ma io mi sveglio ogni mattina con un po’ d’ansia. Quando ne usciremo, come ne usciremo ? Siamo tutti convinti di sì, confidiamo che gli sforzi di oggi servano per tornare ad abbracciarci domani. Ma per ora non si vede la fine, e questo è quello che fa paura più di tutto. Su queste pagine, siete abituati a leggere di altro. Calcio, calciomercato, moviola (per fortuna non troppa). Siamo cambiati, per ora. Perché quella sensazione di ansia e di estraniazione che viviamo ogni mattina c’impedisce di voler davvero parlare di calcio. Magari sbaglieremo, magari passate da queste parti per una boccata d’ossigeno. Proviamo comunque a darvela, ma se non raccontassimo il mondo di oggi, anche al di fuori e al di sopra della Serie C, ce ne sentiremmo del tutto fuori. Perdonate la premessa, ora torniamo a noi.

L’ansia del calcio italiano è quella di tornare in campo. Forse è la parola sbagliata, sta di fatto che il sentimento è quello ed è anche condivisibile. C’è preoccupazione nell’aria, perché siamo stati investiti da questo nemico invisibile mentre eravamo già sull’orlo del precipizio, con un piede nel baratro. È una fotografia impietosa, ma anche molto realistica: se ci fossimo fatti trovare coi conti in regola, come Paese e di conseguenza anche come movimento calcistico, saremmo stati comunque preoccupati. Ma forse un po’ più sereni circa il dopoguerra. Perché la metafora non è eccessiva: siamo in guerra, anche se non vediamo trincee e cannoni. E poi ci toccherà ricostruire.

Si tornerà davvero a giocare, nella stagione 2019/2020 ? A oggi, nessuno può dirlo. Alle parole si sommano altre parole, ma non quelle definitive. Per la semplice ragione che non ci sono, non le possiamo avere, si naviga a vista. Certo, la ripresa assomiglia ogni giorno di più a una chimera. Parliamo di Serie A, Serie B, Serie C e via scendendo. Il 3 maggio era un’utopia già smontata dagli eventi, la certificazione è nelle dichiarazioni del ministro Spadafora. Aggiungiamo: se per tutto aprile non ci si potrà allenare, prima di giugno non si potrà tornare in campo. A quel punto, più che una corsa contro il tempo diventerebbe una corsa come se il tempo non esistesse. Col rischio di pregiudicare la stagione 2020-2021 e il successivo Europeo.

Ha ragione il presidente Ghirelli, quando dice che annunciare ora l’impossibilità di completare la stagione sarebbe come togliere la speranza. Se il calcio, che per inciso è la terza industria del Paese, si arrende è un brutto segnale. Ha ragione e per questo è giusto non dirlo oggi. Anzi, di più: è giusto crederci, perché da questa crisi abbiamo imparato anche che di scienze esatte ve ne sono poche, e speriamo tutti di destarci il prima possibile da questo brutto incubo. Sarebbe bellissimo, e non certo perché ripartirebbe il campionato. In alternativa, a un certo punto dovranno dircelo: ragazzi, ci abbiamo provato, ma non si può ripartire. Ci rivediamo a settembre. In aggiunta, ci dovranno spiegare che cambieranno tante cose, perché non saremo più gli stessi e non potrà esserlo neanche il pallone.

Il buco sarebbe gigantesco, incolmabile. Vale per il calcio, vale per altri settori. È per questo che bisogna farsi trovare preparati. Aggiungiamo: in tutti i sensi. Le proposte di oggi lasciano il tempo che trovano, per questo non ne facciamo. Ne leggete tante, anche su queste pagine. Ma ritengo sia esercizio di serietà anche guardare alla realtà: oggi possiamo mettere dei tamponi, preparare il terreno per una serie infinita di ipotesi. Certo, il giochino delle plusvalenze dovremo dimenticarcelo. I milioni di euro bruciati ogni anno in commissioni per intermediari che non mediano un bel nulla, anche. Il tempo delle vacche grasse è finito da una ventina d’anni, ora si è concluso pure quello delle vacche magre. Non ne abbiamo più, ci restano un paio di galline e ci dobbiamo accontentare di quelle.

Serve preparazione, a livello di progetto e anche di credibilità. È un ritornello che avete già sentito, pazienza. Ma oggi la gente passa le giornate chiusa in appartamenti da pochi metri quadrati, si chiede quando rivedrà i propri genitori, i propri figli, fratelli, sorelle, fidanzati e fidanzate. La forza del calcio è stata quella di essere popolare, di essere lo sport di tutti: deve avere la forza di tornarlo, perché, se regalerà polemiche, veleni e la sensazione di essere una casta che guarda agli altri come dei paria, diventerà qualcosa d'altro. E non può dare per scontata la sua sopravvivenza. È la posta in gioco in questi giorni. Ma non è il primo e nemmeno il centesimo problema di chi ha prosciugato il conto in banca, e questo il calcio deve capirlo.

Degli stipendi dei calciatori, per esempio, non importa davvero a nessuno là fuori. Ed è giusto così, se ce lo consentite. Tra gli addetti ai lavori, sono uno dei temi di discussione principale. È una questione che con un po’ di buon senso si potrebbe risolvere in pochi minuti. Dalla Juventus è arrivato un bellissimo esempio: i più ricchi devono rinunciare a qualcosa. Si parte da qui. E dal fatto che, se ne ha bisogno la squadra più potente e florida d’Italia, immaginiamoci l’ultima della Serie C. E non scendiamo più sotto perché le tinte si farebbero ancora più fosche purtroppo. Poi, aggiungiamo, con i 90 milioni risparmiati la Vecchia Signora potrebbe dare un ulteriore esempio: ne destini un paio a un fondo di solidarietà per le società e i calciatori delle serie inferiori. Perché in quei casi sì, può essere un dramma rinunciare al proprio stipendio: senza troppi giri di parole, un ragazzo che guadagna 1800 euro al mese non solo non può rinunciare a quattro mesi di salario, ma non può comunque spingersi oltre una piccola fetta dei soldi che gli consentono di vivere. Sono cent’anni che il calcio italiano insegue la Juventus cercando di replicarla, siamo convinti che succederebbe ancora una volta. Basterebbe a risolvere il problema ? No, ma su questo argomento non si può continuare un dibattito infinito. Per tre ragioni. La prima, si ha l’impressione che litighino due parti che hanno gli stessi interessi: se la barca affonda, annegano tutti, dai club ai giocatori. La seconda: alla gente non interessa, lo abbiamo già scritto. La terza: è come allarmarsi per la punta dell’iceberg e non pensare al corpo che c’è sotto. Nei prossimi mesi dovremo affrontare tante di quelle sfide, che questa quarantena ci sembrerà un piacevole ricordo. E il whatever it takes vale per tutti.

Ivan Cardia

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