Il punto sulla Serie C (di Ivan Cardia)

18.01.2021 11:00 di Roberto Krengli Twitter:    Vedi letture
Fonte: tuttoc.com
Ivan Cardia
Ivan Cardia

Per fortuna è arrivato il gol di Hamza Rafia. Un talento fuori categoria per la Serie C, che forse nella Juventus “dei grandi” un posto non l’avrà mai (o forse sì, non è questo il punto) ma intanto un suo ruolo se l’è ritagliato, trascinando Pirlo e i suoi ai quarti di finale di Coppa Italia. Rafia ha segnato il primo gol di un giocatore della squadra B per la squadra A. Riportando così d’attualità un argomento che divide e su cui, per certi aspetti, si gioca buona parte del futuro del calcio.

Le seconde squadre sono un’opportunità. Ne ero convinto quando se ne discuteva e poi quando sono state approvate, ne resto convinto ancora oggi. Arricchiscono sia le società che le organizzano sia i campionati nei quali giocano, sotto diversi profili. Prendiamo l’unico caso esistente in Italia, la Juventus. Il gol di Rafia è quasi uno specchietto per le allodole, ma è anche la dimostrazione più immediata che da questi ragazzi anche il club bianconero può giovare: di talenti come il giovane tunisino, persi in mille prestiti in società inferiori senza alcun interesse a farli giocare e crescere, sono piene le cronache. Nella squadra B hanno la possibilità di crescere in un ambiente familiare, in un club che ha tutte le ragioni per puntare su di loro. Primo punto a favore. Secondo: la Juve, dalla squadra B, ha guadagnato anche e soprattutto sotto il lato economico, alla faccia di chi sostiene il contrario. Ne ho già parlato qualche settimana fa, a proposito della critica secondo cui il bilancio della Lega Pro sarebbe stato gonfiato dal contributo bianconero: una frottola, a Torino non sono scemi. Per capirlo, basterebbe considerare che qualcuno arriva alla critica opposta e cioè che i bianconeri di fatto abbiano così avuto la possibilità di costruirsi in casa un vero e proprio plusvalenzificio. A seconda dell’ottica con cui si guarda alla questione, il dato di fatto è che basterebbe vedere quanto abbiano aiutato diverse operazioni fatte dalla Juve U23 nel sostenere il bilancio bianconero e fare i conti col fair play finanziario. Altro che soldi buttati.

Le seconde squadre sono anche un fallimento. Non si può non fare i conti la realtà: se soltanto la Juventus ne ha una, può darsi che a Torino siano più svegli del resto della combriccola (e non è affatto un’opzione da escludere), così come che il club bianconero avesse caldeggiato così tanto l’operazione da non potersi tirare indietro. Ma resta il fatto che alle altre grandi d’Italia la novità non sia piaciuta. I motivi sono diversi. Il primo, il peccato originale, è che dopo anni di discussione siano state introdotte in fretta e furia, in uno scenario di scarsa, se non nulla, condivisione. Sono partite male. E costano tanto: se pure la Juventus ne guadagna, è altrettanto vero che 1,2 milioni di euro a stagione come contributo, più i costi di gestione (che vanno ad aggiungersi a quelli della Primavera), spaventano e non poco anche quei dirigenti e quei proprietari che dal punto di vista tecnico una seconda squadra l’allestirebbero volentieri. E poi c’è da considerare l’altra stortura: in un sostanziale vuoto normativo (anche se non è proprio così) a molti presidenti e direttori sportivi di Serie A la seconda squadra conviene sì farsela, ma senza sostenere questi oneri.

Le famigerate multiproprietà. Alla luce del sole o meno, perché mica ci sono soltanto il Bari dei De Laurentiis o il Mantova di Setti: in giro per l’Italia, non mancano società, formalmente no ma sostanzialmente sì, indirizzate dall’alto nelle proprie scelte, a partire dal mercato. Restiamo però a quelle alla luce del sole. In settimana, il neo-eletto presidente Ghirelli è stato chiaro: vanno regolamentate. Ecco, il punto è che le regole ci sarebbero pure, ma sono state slargate, interpretate, riviste e corrette al fine di consentire quasi tutto tranne l’appartenenza a un medesimo campionato. E quindi è vero che le multiproprietà vadano regolamentate, ma con un premessa ineludibile: le regole, vecchie o nuove che siano, vanno applicate. Altrimenti tanto vale far finta di niente. Perché squadre B contro multiproprietà? Perché le seconde tolgono inevitabilmente ossigeno alle prime: se di fatto posso avere una squadra B comprando un club nelle categorie inferiori (con qualche differenza, è vero, ma evidentemente non così sostanziale da disincentivare) perché mai dovrei spendere fior di milioni per organizzarne una in casa mia. È il grande interrogativo a cui va incontro il calcio del futuro, dato che parliamo di un fenomeno molto più ampio della Serie C e dell’Italia (basti pensare al City Football Group, la holding calcistica a cui fa capo il Manchester City), peraltro nel silenzio, in questo caso totale e tombale, della FIFA. Remare contro il futuro e il progresso, di solito, non funziona più di tanto. Ma è quando si sta sviluppando un processo che si ha l’occasione di intervenire e indirizzare verso l’esito ritenuto preferibile. È una questione di scelte, e se il futuro va in una direzione, non è detto che sia quella giusta: di multiproprietà si parlerà a lungo, e ci sono fortissimi interessi che spingono affinché siano sostanzialmente liberalizzate. Per ora, sono soprattutto una grande presa in giro al progetto seconde squadre e a chi ci ha creduto: ragione o torto non stanno da una parte sola, ma sono due situazioni incompatibili e una scelta va fatta. E c’è da chiedersi se il calcio che vogliamo è quello nel quale la domenica, magari all’ultima giornata, magari decisiva per lo scudetto o la salvezza, si affrontano due club di uno stesso proprietario, più o meno celato.

Ivan Cardia

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